Che cos’è la Fashion Revolution? Perché ne abbiamo bisogno? Cosa si può fare per un mondo più etico e sostenibile?

La Fashion Revolution è una vera e propria rivoluzione nell’industria dell’abbigliamento che sta prendendo piede in tutto il mondo. Nata al fine di avere un’industria della moda più pulita, che valorizzi le persone, l’ambiente, la creatività e che dia un salario/profitto uguale per tutti. Quello che questo vasto gruppo di persone fanno (che poi si tratta di comuni cittadini come noi, designers, artisti, professori, brands…) è riunirsi e  lavorare insieme al fine di cambiare radicalmente il modo in cui i nostri vestiti sono realizzati, prodotti e consumati: lavorano e si attivano per far sì che i nostri vestiti siano fatti in modo sicuro, pulito ed equo.

Ma perché abbiamo bisogno di una Fashion Revolution? In questo post e in quest’altro, vi ho già accennato qualcosa sull’industria della moda, sull’impatto ambientale che ha sulla Terra e sulle alternative che avete al mondo del Fast Fashion, ovvero optare per una moda più etica e sostenibile. Ma per la Fashion Revolution tutto iniziò il 23 aprile 2013, in Bangladesh: quando lo stabile Rana Plaza crollò uccidendo 1.138 persone e ferendone 2.500, facendolo diventare il quarto più grande disastro industriale nella storia. In questo periodo nasce la Fashion Revolution. Nel Rana Plaza, c’erano cinque industrie d’abbigliamento che realizzavano vestiti per i grandi brands del Fast Fashion. E le vittime erano quasi tutte giovani donne.

Ecco una piccola panoramica sull’industria della moda attuale: gli abiti che acquistiamo fanno un lungo percorso prima di arrivare nei nostri stores preferiti. Lo sapevate? Da dove vengono? Chi li ha realizzati? In che condizioni? Queste sono alcune domande che i “rivoluzionari” si domandano. Dunque dicevamo, gli abiti fanno un lungo percorso prima di essere acquistati da noi: passano nelle mani dei coltivatori di cotone, dei filatori, dei tessitori, dei tintori, dei sarti e di altri ancora. La maggior parte di queste persone vive in povertà, è sfruttata, abusata verbalmente e fisicamente, lavora in condizioni poco sicure, in ambienti sporchi ed è pagata miseramente. Questo deve cambiare. Questo è quello che la Fashion Revolution vuole fare.

Cosa deve cambiare:

1 IL MODELLO. IL BUSINESS DELLA MODA. Il modo in cui produciamo e consumiamo i nostri vestiti ha bisogno di una trasformazione, questo significa che i business models devono subire un radicale cambiamento. Un esempio? Un’economia circolare (cliccate e leggete, si tratta di un piccolo e semplice articolo).

2 I MATERIALI. PERSONE E PIANETA. La dura verità è questa: per molte persone che lavorano nell’industria della moda non esistono misure di base per la salute e per la sicurezza, il salario minimo non esiste, le industrie producono 150 miliardi di vestiti e solo gli americani ne buttano via 14 milioni, con la produzione di massa si stanno perdendo le tecniche ed il patrimonio artigianale. Per non parlare dell’impatto ambientale devastante che hanno i nostri vestiti (ve ne parlo qui).

3 MENTALITA’. CAMBIARE IL MODO IN CUI PENSIAMO ALLA MODA. Il modo in cui consumiamo i vestiti è cambiato molto negli ultimi 20/30 anni. Ovvero, acquistiamo molti più abiti adesso che prima e li compriamo ad una misera cifra rispetto ad allora. Dobbiamo smettere prima di tutto di volere tanto e di volerlo subito. Poi, dovremmo acquistare di meno, dovremmo acquistare capi d’abbigliamento di qualità e dovremmo continuare a chiedere da dove proviene ciò che acquistiamo. Dovremmo amare di più gli abiti che già possediamo e farli durare il più a lungo possibile.

Qualcosa sta già cambiando. Ogni anno, ad aprile, la Fashion Revolution organizza la Fashion Revolution Week e c’è sempre più gente da tutto il mondo che vi partecipa. Senza aspettare la prossima, PUOI FARE QUALCOSA ANCHE TU ADESSO: per esempio firmare il loro Manifesto e cambiare il tuo modo di pensare alla moda con queste #haulternatives, di cui vi parlerò meglio nel prossimo post.

Grazie per la lettura, ora è tempo di agire!

immagini prese dal sito fashionrevolution.org